Riportiamo a casa l'Atleta di Fano

Riportiamo a casa l'Atleta di Fano

Conservata, la prima, al Museo Whitaker di Mozia (Marsala), e la seconda al Museo di Villa Getty a Malibù (California), nel corso dei prossimi mesi questi due capolavori avranno modo di ‘farsi compagnia’ oltreoceano, giusto al Museo Getty, e non v’è dubbio che il fatto avrà modo di riverberare ovunque il lustro e la fama del museo californiano originariamente creato dal controverso petroliere americano Jean Paul Getty nel suo ranch. Come ha scritto Francesca Sironi sul settimanale ‘l’Espresso’ (2 agosto 212), sollevando psanti interrogativi sull’operazione, è “ovvio che tutti i musei del pianeta sognino di esporre l’atleta di Mozia” http://eddyburg.it/article/articleview/19302/0/92/?PrintableVersion=enabled

Un incontro fra i due abbaglianti atleti dell’antichità - in marmo greco l’uno, in bronzo l’altro - è quanto di meglio l’istituzione museale californiana avrebbe potuto conseguire per esaltare il proprio prestigio agli occhi del mondo: quello di chi, vantandosi di possedere ben 44.000 pezzi antichi, ama orgogliosamente autoproclamarsi “educational center and museum dedicated to the study of the arts and cultures of ancient Greece, Rome, and Etruria” di primissimo livello

Nessuno scalpore, se non fosse che, di fronte ai tanti e pesanti problemi connessi alla realizzazione di tale ‘incontro’, risulta particolarmente difficoltoso districarsi nel novero delle ipotesi relative a quale valenza dare, da parte nostra, ad un evento tanto particolare quanto, ad onor del vero, inaspettato.
Non è un mistero quanto lo spostamento dell’Auriga dal museo di Marsala, prima al British Museum di Londra in occasione delle Olimpiadi, per poi giungere al Getty e “forse anche in Ohio”, comporti seri problemi logistici e di conservazione. Uno dei massimi esperti in materia, Guy Devreux, responsabile del restauro di marmi dei Musei Vaticani, si era opposto decisamente al trasferimento. “La scultura del Giovane di Mozia “non deve assolutamente più essere trasportata in altre sedi museali,” Ha dichiarato. Questo andrebbe a compromettere il suo stato di conservazione in modo irreversibile”. Ma non si tratta solo di questo, che già di per sé sarebbe più che sufficiente.

In realtà, il significato e gli obiettivi dell’iniziativa, da parte italiana, non sembrano facilmente intelligibili. Quale valenza politica adattarvi per poterne comprendere tutto il significato? Come dovremmo considerarlo?
Si tratta di un concreto, volenteroso e impegnativo segno di amicizia tra gli Stati Uniti d’America e l’Italia (con tutto ciò che ne dovrebbe conseguire) o, all’opposto, dell’ennesimo esempio di gestione ‘disinvolta’ e poco mirata del nostro patrimonio d’arte?

Le Marche e la Contesa per l’Atleta di Fano

Innanzi tutto un dato di fatto: L’Atleta di Fano (attribuita allo scultore greco Lisippo!) costituisce il più importante bene archeologico conteso fra Italia e Stati Uniti!
Per illustrare le pratiche spericolate del Getty basti dire che l’ex curatrice del museo per i reperti antichi, Marion True, è stata indiziata nel 2005 in Italia per traffico di reperti rubati. (http://it.wikipedia.org/wiki/Getty_Museum#cite_note-0)
E’ da decenni che lo Stato Italiano (con la Regione Marche e la città di Fano in prima linea) è in aperta contesa con il Getty Museum, al fine di ottenere la restituzione all’Italia della statua bronzea dell’Atleta. Il Getty ha opposto sempre la sua opposizione più ermetica e l’Italia e’ stata costretta a minacciare “l’embargo culturale italiano”.

La storia recente dell’antico bronzo, infatti, è nota e movimentata.

Impigliatasi nelle reti del peschereccio fanese ‘Ferruccio Ferri’ il 14 agosto 1964 nel tratto di mare antistante la costa marchigiana il cui fondale passa sotto il nome di “Scogli di Pedaso”, la statua viene poi sbarcata a Fano. Non viene occultata subito, ma alcuni giorni dopo, nel timore che le voci di chi ebbe modo di vederla potessero portare ad un’ispezione della Guardia di Finanza, viene comunque nascosta nel terreno di un amico dell’equipaggio. Per le vie tortuose e clandestine del mercato nero, giungerà al commerciante Heinz Herzer di Monaco di Baviera, per arrivare infine nelle mani del Getty Museum per la cifra di 3,98 milioni di dollari.
Nel 1990 il Ministero dei Beni Culturali italiano comunica a quello degli Esteri che un frammento della statua è stato dissotterrato dal terreno in cui essa era stata occultata, ma la strada per il ritorno in Italia è ancora ben lunga. Il ministro Rocco Bottiglione prima, e il successore Francesco Rutelli poi, metteranno in moto il meccanismo che nel 2011 riuscirà a riportare a casa 40 opere d’arte esportate illegalmente negli Stati Uniti. Tra esse la Venere di Morgantina (anch’essa già al Getty), ma non l’Atleta di Fano.
Già nel 2007 l’associazione culturale marchigiana “Le Cento Città”, tesa alla valorizzazione del patrimonio storico regionale, si era fatta promotrice di un esposto alla Procura di Pesaro per violazione delle norme doganali e contrabbando, e sebbene la richiesta di confisca del bronzo finisca per essere rigettata dal GIP, il pronto ricorso dell’associazione, con il sostegno dell’Avvocatura dello Stato, porterà nel 2009 il nuovo GIP Lorena Mussoni a dichiarare la statua “patrimonio indisponibile dello Stato”.
L’11 febbraio 2010 il GIP dispone il sequestro della statua “attualmente al Getty o ovunque essa si trovi”. Ritrovata o meno in acque italiane o internazionali, infatti, essa fu issata su un’imbarcazione italiana e sbarcata in Italia, e dunque era soggetta all’obbligo di notifica al Ministero dei beni Culturali, che avrebbe dovuto esercitare in proposito il diritto di prelazione o acquisto coattivo. Il museo californiano ricorre contro la sentenza e chiede la sospensione della confisca, che però viene respinta dal tribunale di Pesaro il 21 aprile 2010. La Cassazione ravvisa la necessità di un’udienza in contraddittorio fra le parti, affinché di fronte ad altro GIP si ascoltino anche le ragioni del museo: l’udienza sarà fissata per il 13 luglio 2011.

In attesa degli sviluppi, nella primavera dello stesso anno, al fine di perorare la restituzione della statua, il Presidente della Regione Marche Gian Mario Spacca e il dirigente del Servizio cultura Raimondo Orsetti visitano il Getty a Los Angeles, impegnandosi ad attivare una proficua collaborazione culturale con il museo” a fronte di una soluzione positiva del problema”.
Si giunge così a questa primavera (3 maggio 2012), quando Maurizio di Palma, giudice per le indagini preliminari del Tribunale pesarese, sentenzia contro la sospensione richiesta dal Getty Museum, decretando la confisca della statua disposta dal GIP Lorena Mussoni nel febbraio 2010. Una sentenza che ha rinfocolato l’entusiasmo dei marchigiani e di tutti coloro che con piena dedizione, e senza riserve, si sono prodigati nella lunga battaglia.

Dovrebbe aprirsi una rogatoria internazionale per il rientro della statua in Italia, anche se non sembra vi siano negli Stati Uniti leggi che comportino l’obbligo di effettuare tale operazione. L’attivazione di una tale procedura, evidentemente, investe pure i rapporti diplomatici fra Italia e Stati Uniti, tanto che di fronte alle difficoltà parategli contro per impedire il ritorno in Italia della Venere di Morgantina (e degli altri 39 reperti), l’allora ministro Rutelli si sentì costretto a minacciare “l’embargo culturale italiano” se la questione non si fosse adeguatamente risolta.
D’altra parte, di fronte ai ripetuti tentativi da parte dei responsabili del Getty di volersi far accreditare per ‘anime candide’, tese unicamente alla promozione “dello studio dell’arte e della cultura” - dunque di per sé votati esclusivamente ad acquisti legali, effettuati in piena luce del sole – basterebbe citare le parole dello storico dell’arte Flaminio Guardoni, docente all’Accademia di Brera: “E’ evidente che il Getty avrebbe avuto l’obbligo di informare lo Stato […] se no è come se vado a comprare un’automobile in un posto notoriamente frequentato da ricettatori, e poi dico che non sapevo della sua provenienza” (‘Libero’, 12 febbraio 2010).
Alla sentenza di questa primavera del GIP Di Palma, il presidente delle Marche Gian Mario Spacca ha commentato: “Era la notizia che aspettavamo. Ora riprenderemo i contatti avviati con il Getty Museum per costruire un positivo rapporto di collaborazione”. E al convegno “Valorizzazione del patrimonio culturale e industrie creative” tenutosi all’Ara Pacis di Roma giusto a metà maggio di quest’anno, l’on. Rutelli ha chiesto al ministro dei beni culturali Ornaghi un impegno immediato per il recupero dell’Atleta di Fano.

Il Ritorno dell’Atleta?

Evidentemente non possiamo sapere quali iniziative il governo italiano ritenga più confacenti per giungere nel migliore dei modi al ritorno dell’Atleta, ma qualche domanda riguardo il prestito e gli spostamenti dell’Auriga di Mozia sembra il caso di farsela.
Si tratta della spettacolare dimostrazione della disponibilità del nostro Ministero dei Beni Culturali nei confronti del Getty, allo scopo di rendere quanto mai palpabile il peso della nostra collaborazione, e dunque favorire con ciò una soluzione ‘non guerreggiata’ dell’Atleta di Fano sulla falsariga di quanto avvenuto con la Venere di Morgantina (una ‘donazione’, senza ammissione di colpa di provenienza clandestina)? Oppure significa solo che siamo tanto contenti di far viaggiare i nostri capolavori da giungere a prestarli anche a chi, illegalmente, già ne detiene altri altrettanto importanti e non sembra gran che intenzionato a renderceli?
Differenza non di poco: nel primo caso, chiarito l’obiettivo finale, possiamo pure accettare (obtorto collo) di correre i rischi che certi viaggi inevitabilmente comportano; nel secondo si tratterebbe solo dell’ennesima occasione persa, nuova prova della disinvoltura che troppo spesso informa di sé la gestione del nostro patrimonio nazionale, tra attribuzioni di competenze, direttive contraddittorie etc.
Il nostro cuore, manco a dirlo, batte per la prima ipotesi.
Non di meno, come che sia, le Marche continuino la loro battaglia e non demordano. L’Atleta deve tornare a Fano.

 

Bernardo Carfagna è uno dei più appassionati studiosi e cultori della storia del Piceno e delle Marche. Sebbene viva da molti anni a Milano, ha continuato con grandissima tenacia lo studio e la ricerca del passato della sua terra natale mantenendo legami di collaborazione con i più importanti ambienti culturali del luogo. Questo amore per la storia e l’arte della sua terra lo ha portato a regalarci due dei più interessanti e meticolosamente approfonditi libri su Ascoli e le Marche del Sud: nel 1996 'Rocche e castelli dell'Ascolano' (ed. La Sfinge Malaspina) e, nel 2004, 'Il lambello, il monte e il leone - Storia e araldica della città di Ascoli e della Marchia meridionale tra Medioevo e fine dell'ancien régime' (ed. Lìbrati). Nel 1995 ha collaborato con alcune schede alla mostra storico-iconografica 'Esculum e Federico II - Il Duecento ascolano: i percorsi della memoria' (Palazzo del Popolo di Ascoli Piceno).

Negli anni ’80, Carfagna realizzò un singolare colpo archeologico quando, basandosi sui suoi studi e sopraluoghi e sull’elaborazione di ipotesi scientifiche sul periodo dell’età del bronzo nella zona di Castel Trosino, identificò un’area di insediamento e localizzò frammenti fittili che portarono la Soprintendenza Archeologica delle Marche a dare il via alle successive note ricerche.